I borghi fortificati più belli d’Italia.
 
1. Candelo (Biella)
 
Il ricetto era una struttura fortificata risalente all’epoca medioevale, protetta, situata all'interno di un paese dove si accumulavano i beni (foraggi, vini, etc.) del signore locale o della popolazione e dove, occasionalmente, si ritirava la popolazione stessa in caso di attacchi dall'esterno, e non sembra sia mai destinato ad abitazione stabile. Quello di Candelo è uno degli esempi meglio conservati di questo tipo di struttura medievale presente in diverse località del Piemonte ed in alcune zone dell'Europa centrale.

 
 una via del ricetto
 
In virtù della sua posizione, da esso si gode una vista panoramica sull'intero comprensorio delle Prealpi biellesi, a nord, e verso il Baraggione (vedi Riserva naturale orientata delle Baragge) in direzione sud.
Il ricetto è composto da circa duecento edifici denominati cellule che occupano un'area di circa 13.000 m2 dalla forma pentagonale e con un perimetro di circa 470 metri. Misura circa 110 metri di larghezza per 120 metri di lunghezza.
 
  case all’interno del ricetto
 
La matrice contadina del complesso di Candelo - e la testimonianza diretta del fatto come esso fosse stato destinato nell'antichità a deposito collettivo di prodotti agricoli, in particolare vinicoli(essendo questa la particolare vocazione della zona), quasi sorta di cantina sociale ante litteram - è data dalla presenza, in una delle cantine, di un enorme torchio per la pigiatura delle uve. Le dimensioni di tale torchio suggeriscono chiaramente trattarsi di uno strumento utilizzato da tutta la comunità per far fronte a necessità evidentemente anche lunghe nel corso del tempo.
 
  le mura del ricetto
 
                                                                                          L'ingresso al Ricetto di Candelo

 
 La torre ovest
Il complesso è attraversato da strade, definite con evidente francesismo rue: si tratta in particolare di cinque rue in direzione est-ovest, intersecate da due ortogonali.
La data della sua edificazione non è determinabile con esattezza, anche se la prima citazione conosciuta di Candelo, nella sua antica denominazione Canderium, risale all'anno 988, in un documento in cui Ottone III ne conferma il possesso al feudatario Manfredo, salvo poi, l'anno successivo, conferire il borgo al feudo facente capo alla Chiesa vercellese.
La struttura è quasi interamente cinta da mura, con torri cilindriche agli angoli, a esclusione del lato meridionale, dove nel 1819 è stato costruito il palazzo comunale, in uno stile neoclassico decisamente stridente con tutta la parte più antica. L'unica possibilità di accesso era data da una massiccia torre di forma parallelepipeda in massi squadrati nella parte inferiore e in mattoni nella parte superiore, con due aperture verso l'esterno, una più grande per i carri e una più piccola per i pedoni, chiuse da altrettanti ponti levatoi.
Ai primi del XVI secolo, modificando e sopraelevando le cellule preesistenti, Sebastiano Ferrero, feudatario del luogo dal 1496, su investitura del duca Filippo II Senzaterra, fece costruire la propria abitazione, di fatto una torre fortificata, che costituisce l'edificio più elevato del ricetto ed è comunemente nota come casa del Principe.
Nel 1499 Ferrero -che in virtù del suo ruolo di feudatario poteva vantare diritti, redditi e giurisdizioni- reputando inadeguata la misura del focatico corrispostogli dai candelesi, accampò pretese sul ricetto. Tuttavia, la sua richiesta fu ricusata dai giudici chiamati a esprimersi sulla disputa.
Una curiosità: secondo un'antica leggenda locale -la cui veridicità non è mai stata storicamente attestata- in prossimità della torre angolare di sud-ovest si dipanava un tempo una galleria che conduceva in riva al torrente Cervo.
Dal ricetto è raggiungibile, lungo il prato che costeggia la torre di sud-ovest, la chiesa di Santa Maria. Il piccolo viottolo costeggia la roggia Marchesa, un canale che dal 1561 fornisce acqua alle campagne del biellese, fino alle risaie della provincia di Vercelli. Le circa duecento cellule abitative sono quasi tutte appartenenti a privati e ad associazioni con sede a Candelo.
Si segnalano in particolare:
la Sala delle cerimonie, sede delle principali esposizioni
l'Archivio storico
le cellule del museo-sistema del territorio candelese incluse le cantine dell'Ecomuseo della vitivinicoltura (che fa parte dei Distretti del vino) e quelle destinate all'esposizione di collezioni e documenti che riportano dati storici e geografici riguardanti il territorio
 
Oltre a varie botteghe d'arte - fra cui quella della pittrice su seta tedesca ma naturalizzata italiana Annelie Weischer - sono presenti le seguenti strutture:
il Centro documentazione dei Ricetti in Europa
il Piccolo Museo delle cose di Cucina e Pasticceria, una raccolta di centinaia di oggetti, macchinari ed attrezzature di uso popolare o professionale nell'ambito della cucina e pasticceria. È anche centro studi sulla cultura gastronomica locale e piemontese con una importante biblioteca ed emeroteca tematica a disposizione di studiosi od appassionati. Visite su appuntamento.
il Museo del paesaggio naturale e storico della vitivinicoltura
 
Il ricetto di Candelo è stato set per le riprese[1] dello sceneggiato televisivo Rai La freccia nera (interpretato da Arnoldo Foà e una esordiente Loretta Goggi) e del suo remake di Mediaset, del 2006, con il medesimo titolo de La freccia nera.
Nel borgo sono state girate poi sequenze di un altro sceneggiato televisivo: la parodia de I promessi sposi ad opera del trio Massimo Lopez, Anna Marchesini e Tullio Solenghi.
 
 Candelo in fiore
 
 Accampamento medioevale durante una rievocazione storica
 
Le rue del borgo medioevale sono servite anche da sfondo, nel 2004, per le riprese di un'altra fiction di Rai1 riguardante la figura della Monaca di Monza, Virginia, la monaca di Monza.
Nel 2011 è stato anche il set per il film Dracula 3D di Dario Argento.
 
Il ricetto di Candelo è sede di manifestazioni culturali e di spettacolo che si dipanano nel corso dell'anno. Fra le altre si segnalano Candelo in fiore(che si alterna con cadenza biennale alla rassegna Sapor di Medioevo[1]) e il concorso musicale internazionale Ricetto in musica, nato nel 2003ed intitolato al maestro Ernesto Falla.
Fra le altre manifestazioni si segnalano:
in gennaio la Festa di Sant'Antonio, con sfilata di cavalli e carrettieri;
a febbraio-marzo il Carnevale storico, che presenta una rievocazione della controversia fra i candelesi e il signore del luogo, Sebastiano Ferrero;
il Maggio musicale, con concerti di musica classica tra le rue;
a settembre, Settembre al ricetto, con esposizioni dei pittori del borgo, allestimento di mostre e spettacoli di teatro;
nel primo fine settimana di ottobre, Vinincontro, degustazione di specialità locali accompagnate dall'ascolto di musica popolare
 
 
2. Sabbioneta (Mantova)
 
  Palazzo del Giardino

La città fu fondata da Vespasiano Gonzaga Colonna tra il 1554/1556 e il 1591, anno della sua morte, nel luogo in cui sorgevano una rocca del nonno Ludovico e un antico insediamento.
Posta su un terreno alluvionale tra i fiumi Po e Oglio, nonché lungo il tracciato dell'antica via Vitelliana, occupava una posizione strategica nel cuore della Pianura padana. Per Vespasiano Gonzaga, Sabbioneta doveva essere soprattutto una fortezza e la potenza del suo circuito murario la rendevano sicuramente, a quei tempi, uno dei più muniti baluardi della Lombardia di dominio spagnolo.
Sabbioneta fu soprattutto la capitale di un piccolo Stato posto tra i grandi stati regionali: il Ducato di Milano ad ovest, retto in quell'epoca dal governatorato spagnolo, il Ducato di Mantova ad est oltre il fiume Oglio, governato dalla linea primigenia dei Gonzaga, cugini di Vespasiano, e il Ducato di Parma e Piacenza a sud del Po, di dominio della casata Farnese, solidale e amica dello stesso Gonzaga. Il territorio del piccolo Stato di Sabbioneta era principalmente concentrato alla propaggine orientale della diocesi di Cremona e costituiva un obbligato crocevia sia per i traffici commerciali nel medio corso del Po, sia per le comunicazioni tra la bassa bresciana e l'Emilia.
Il periodo più prospero nella storia della città fu negli anni della sua riedificazione, sotto il dominio del principino Vespasiano Gonzaga Colonna, di cui divenne la residenza.
 
  Galleria degli Antichi 

La cittadina, costruita in base ai principi umanistici della città ideale, ospita al suo interno diversi monumenti quali il Palazzo Ducale o Palazzo Grande, residenza ducale e luogo deputato all'amministrazione dello Stato, il Teatro all'Antica o Teatro Olimpico (1590) progettato da Vincenzo Scamozzi, primo edificio teatrale dell'epoca moderna costruito appositamente per tale funzione, la Galleria degli Antichi o Corridor Grande, la galleria è lunga 96 m ed è la seconda galleria più lunga d'Italia dopo la Galleria degli Uffizi a Firenze ,deputata ad ospitare la collezione di marmi antichi nonché i trofei di caccia, il Palazzo Giardino o Casino, luogo consacrato all'otiume pregevolmente riqualificato tra il 1582 e il 1587 da Bernardino Campi e dalla sua équipe di collaboratori, le chiese dell'Assunta, Incoronata, del Carmine, la Sinagoga e lo storico quartiere ebraico, oggi non più abitato da una comunità, con le sue attività di stampa, fondate nel 1567 da Tobias Foa.
Nel territorio sono da segnalare la chiesa di Sant'Antonio Abate nella frazione di Villa Pasquali progettata da Ferdinando Galli da Bibbiena e costruita dal figlio Antonio Galli e il piccolo Santuario della Madonna delle Grazie a Vigoreto anticamente annesso al convento dei Cappuccini.
 
 Palazzo Ducale
 
Il 7 luglio 2008 Sabbioneta è stata inserita assieme a Mantova nell'elenco dei patrimoni dell'umanità da parte dell'UNESCO per la sua eccezionalità di città di nuova fondazione costruita in poco più di trent'anni per volontà del principe Vespasiano I Gonzaga. Secondo l'UNESCO Sabbioneta rappresenta un perfetto esempio di applicazione delle teorie rinascimentali su come vada progettata una città ideale.
Le vicissitudini accorse immediatamente alla morte di Vespasiano, soprattutto l'annosa questione della successione del piccolo ducato, che divise gli eredi per circa un secolo, nonché il dominio austriaco e poi napoleonico, privarono la città di importanti edifici, quali la rocca, l'armeria e le mezzelune esterne al circuito murario.
Spoliazioni e confische, in primis la deportazione della collezione antiquaria all'Accademia di Mantova nel 1772 per decreto teresiano e l'incendio della Sala dei Cavalli a Palazzo Ducale nel 1815, privarono la città di alcuni prestigiosi arredi. Resta cospicuo il patrimonio chiesastico, promosso e riqualificato negli ultimi 25 anni grazie ad una politica di recupero e valorizzazione. 
Chiesa dell'Incoronata, del 1590, che custodisce il mausoleo di Vespasiano Gonzaga.
Palazzo Ducale, del 1570, con la Galleria degli Antenati.
Chiesa parrocchiale, del 1580.
Palazzo del Giardino, del 1580, con sale decorate dalla scuola di Giulio Romano e la Galleria degli Antichi.
Chiesa di Santa Maria Assunta.
Teatro all'Antica o Teatro Olimpico.
Cinta muraria.
 
Cinema
Nel 1970 a Sabbioneta vennero effettuate le riprese del film Strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. In occasione del film il paese assume il nome immaginario di Tara.
Più recentemente (anni ottanta) a Sabbioneta sono state effettuate anche le riprese del film I Promessi Sposi e tra le colonne della Galleria degli Antichi, viene girata la scena della "Peste".
Anche per il film francese Marquise, uscito nel 1997 per la regia di Vera Belmont, sono state girate alcune scene a Sabbioneta.
 
Persone legate a Sabbioneta
Bosone II (XII secolo), feudatario e vicario imperiale di Asola
Ugo di Sabbioneta (?-1105), conte rurale
Gerolamo Cattaneo (1520 circa-1580 circa), architetto militare
Vespasiano Gonzaga (Fondi, 6 dicembre 1531 - Sabbioneta, 26 febbraio 1591), fondatore e duca di Sabbioneta
Isabella Gonzaga (Sabbioneta, 12 gennaio 1565 - Napoli, 10 febbraio 1637), figlia di Vespasiano e duchessa di Sabbioneta
Giacinto Bianchi (Villa Pasquali, 15 agosto 1835 - Villa Pasquali, 11 febbraio 1914), sacerdote e missionario, fondatore dell'istituto delle Figlie di Maria Missionarie, proclamato venerabile dalla Chiesa cattolica il 6 dicembre 2008
Giuseppe Contesini (Breda Cisoni, Sabbioneta, 2 maggio 1888 – Bozzolo, 13 aprile 1958), ciclista
Achille De Giovanni (Sabbioneta, 1838 - Padova, 1916), medico, caposcuola del neocostituzionalismo e senatore del Regno d'Italia
Giuseppe Ottolenghi (Sabbioneta, 1838-Torino, 1904), politico italiano, senatore del Regno e ministro della Guerra del Regno d'Italia nel Governo Zanardelli
Pio Foà (Sabbioneta, 1848 – Torino, 1923), anatomopatologo
Flavio Delbono, economista, politico e Sindaco di Bologna dal 25 giugno 2009 al 17 febbraio 2010.
Wolmer Beltrami, fisarmonicista compositore (Breda Cisoni, 1922 - Cerveteri, 1999)
 
Riferimenti nell'arte
Secondo l'avvocato e scrittore statunitense Richard Paul Roe, la commedia Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare sarebbe ambientata non ad Atene, ma a Sabbioneta, denominata fin dalla sua fondazione piccola Atene.  
 
 
 3. Glorenza (Bolzano)
 
Glorenza (Glurns in tedesco, Gluorn in romancio) attraversata dal fiume Adige  si trova nella provincia autonoma di Bolzano in Trentino-Alto Adige, situato lungo la strada verso il Passo del Forno, nell'Alta Val Venosta, a pochi chilometri dal confine svizzero. La sua popolazione è in larga maggioranza di madrelingua tedesca.
È il più piccolo comune dell'Alto Adige a fregiarsi del titolo di città (in tedesco Stadtgemeinde). A Glorenza esiste il detto: "La nostra città è così piccola che dobbiamo andare a messa fuori dalle mura. 
 
Nel 1309 Glorenza fu elevata a città (risultando la più piccola delle otto presenti nella provincia). Venne completamente rasa al suolo nel 1499, dopo la battaglia della Calva, nel corso della guerra sveva, che opponeva l'imperatore Massimiliano I alla Confederazione dei tredici Cantoni. Dopo questa distruzione, l'imperatore Massimiliano decise di ricostruirla e di munirla di mura (le quali si sono conservate intatte fino al presente e sono uno dei principali luoghi d'interesse della città), trasformandola in una testa di ponte verso i possedimenti asburgici in Svizzera. Anche dopo che questi, poco tempo dopo, furono perduti, Glorenza conobbe comunque lunghi secoli di prosperità come città mercantile, grazie soprattutto al commercio del salgemma proveniente da Hall (Tirolo settentrionale) e destinato in Svizzera.
 
Nel 1500 Glorenza divenne sede di un tribunale civile (in precedenza situato a Malles) per volere del conte Alberto III di Tirolo. Tra i processi che ci sono stati tramandati vi fu quello dell'ottobre 1519, istruito a seguito di una denuncia sporta da tale Simon Fliess, abitante di Stelvio, per conto dei suoi compaesani, contro il giudice Wilhelm Hasslinger, accusato di non aver fatto abbastanza per contrastare la presenza dei ratti nella zona. Il procedimento si concluse un anno dopo, allorché la sentenza del giudice ordinò la costruzione di un ponte lungo l'Adige per consentire la migrazione dei topi. 
 
Fino all'annessione dell'Alto Adige all'Italia, nel 1919, Glorenza rimase la sede giudiziaria competente per tutta l'Alta Val Venosta.
Tra l'abitato di Malles e quello di Glorenza venne edificato lo sbarramento Malles-Glorenza, un avamposto militare facente parte del Vallo Alpino in Alto Adige, che con i suoi bunker, difendeva il territorio da una possibile invasione. 
In epoca fascista, sopra le porte murarie della città vennero scolpite scritte inneggianti al fascismo, con annessa firma di Mussolini. Tali frasi furono cancellate nel 1945, ma risultano tuttora parzialmente leggibili.
 
Dalla fine del XX secolo il borgo ha conosciuto una crescente importanza come centro d'attrazione turistica, essendo altresì inserito nel circuito "I borghi più belli d'Italia".
Lo stemma è partito d'argento: nel cantone di sinistra è raffigurata l'aquila tirolese tagliata, mentre il cantone di destra è interzato di nero, argento e rosso. L'aquila rappresenta l'appartenenza della località al Tirolo, mentre i colori nero, argento e rosso sono quelli della città. L'emblema è stato concesso il 9 gennaio 1528 da Ferdinando I d'Asburgo e riconfermato nel 1904. 
 
A est di Glorenza fu costruita tra il 1934 e il 1935 la caserma dedicata al tenente generale Giuseppe Petitti di Roreto, medaglia d'oro al Valor Militare durante la prima guerra mondiale.
Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale la caserma ospitò alcuni reparti della Guardia alla Frontiera. Dopo il conflitto, essa divenne sede di diversi distaccamenti: 
dal 1953 al 1957: II gruppo sbarramenti;
dal 1957 al 1958: II battaglione Alpini da Posizione;
dal 1958 al 1962: XXX battaglione Alpini da Posizione;
dal 1962 al 1963: XXX battaglione Alpini d'Arresto;
nel 1963: comando battaglione Alpini d'Arresto "Val Camonica";
dal 1963 al 1979: 250ª e 251ª compagnia Alpini d'Arresto "Val Chiese" (che dal 1979 passarono al "Val Brenta");
dal 1979 al a marzo 1991: 46ª e 49ª compagnia Alpini del Battaglione alpini "Tirano".
In seguito la caserma fu utilizzata a scopo addestrativo dal Battaglione d'arresto "Edolo" di Merano: i soldati potevano esercitarsi mediante l'uso di torrette enucleate provenienti dal carro armato Sherman Firefly con un riduttore per usare le cartucce del 91 a tiro ridotto. 
Negli ultimi anni della sua esistenza la caserma fu utilizzata come posto temporaneo per ospitare i profughi che fuggivano dal conflitto balcanico. Dopo di che, dal demanio la caserma passò nelle mani della provincia autonoma di Bolzano che decise di abbatterla nel 2003 per poter costruire un nuovo parcheggio. Nel luogo ove sorgeva è stato posto un piccolo cippo commemorativo. 
Ogni 2 novembre si tiene il Sealamorkt ("Mercato delle anime", per la ricorrenza del giorno dei defunti), ultimo ricordo della grande tradizione mercantile.
Durante il ponte dell'Immacolata si tiene il tradizionale Mercatino di Natale.
Giuseppe (Joseph) Grasser (Glorenza, 1782 – Verona, 1839), vescovo cattolico.
Paul Flora (Glorenza, 1922 - Innsbruck, 2009), pittore, disegnatore, caricaturista, grafico e illustratore. Su sua richiesta, Paul Flora fu sepolto nella sua città natale nel cimitero della chiesa di S. Pancrazio. La città gli ha dedicato il Museo Paul Flora all'interno della Torre della Chiesa (Torre di Tubre).
 
   la Chiesa di San Pancrazio
 
  le vie del centro
 
   una delle porte della città
 
 
 
 4. Soave ( Verona )

La derivazione del toponimo del paese è oscura: c'è chi dice venga dai Suaves (citati da Paolo Diacono nella celebre Historia Langobardorum) ovvero gli Svevi (nell'italiano medievale sono scritti come Soavi), popolazione che, con le invasioni barbariche, si stanziò nell'Italia settentrionale e che venne sottomessa dai Longobardi. Una bolla di Papa Eugenio III (1145) chiama il paese Suavium ovvero terra dei Soavi (a sua volta leggibile come terra degli Svevi).
Per l'epoca romana abbiamo, come testimonianza, i sepolcreti della frazione Castelletto, quello di contrada Cernìga, quello nei pressi della chiesetta della Bassanella ed altri. Inoltre alcune lapidi vennero studiate dal Mommsen. Probabilmente, vista la vicinanza, Soave era un pagus importante nei pressi della Via Postumia. Nel 932, un diacono, tale Dagilberto, fa testamento e dispone in eredità beni posti in Soave. Documento più importante è quello che attesta per la prima volta l'esistenza del castello (934), in un secolo dove gli Ungari penetrano nell'Europa Occidentale. In realtà è probabile che il castello sorga su un antico fortilizio romano.
Nel 1029 abbiamo la Pieve di San Lorenzo segnalata tra le 48 Vicarie Foranee della Diocesi di Verona. È probabile che la chiesa fosse ubicata nel Borgo San Lorenzo, sulla strada per Monteforte d'Alpone.
 
Con il trattato di Campoformio (1797) cadeva la Serenissima e iniziava la dominazione austriaca che, nel 1805, ritornò francese; Soave divenne centro del Distretto della Tramigna comprendente anche Caldiero, Colognola ai Colli e Illasi.
Nel 1809 ci furono scontri tra austriaci e francesi in un'area tra Cazzano di Tramigna e Soave. Con il Congresso di Vienna (1815), il Veneto passò nel Regno Lombardo Veneto fino a quando, nel 1866, anche Soave entrò a far parte del Regno d'Italia.
 
Architetture religiose
Santuario di Santa Maria della Bassanella - XI secolo
Chiesa di San Lorenzo - XIII secolo
Chiesa di San Giorgio - XIII secolo. Situata in Borgo Covergnino (sulla strada per Monteforte d'Alpone si vedono le indicazioni), quasi sicuramente diede il nome al borgo in quanto Covergnino non è altro che la deformazione linguistica di conventino (ovvero piccolo convento, quello che esisteva a fianco della chiesa). Venne edificata nel Duecento per volontà dei Francescani. In facciata c'è un bassorilievo con san Giorgio a cavallo che uccide il drago. Lo stile semplice con cui venne costruita la chiesa è confermato dal rozzo campanile. Gli affreschi interni son andati irrimediabilmente perduti in quanto distrutti al tempo della peste del 1630; restano alcune tracce che si possono attribuire al Giolfino (tra fine Quattrocento e metà Cinquecento). Dal centro del soffitto della chiesa pende la coda di un animale preistorico.
Chiesa di Santa Maria dei domenicani (o Santa Maria di Monte Santo) - XV secolo. Il tempio che sorge a pochi passi da piazza Antenna, sulla strada che porta al castello, venne edificato nel 1443 inizialmente in stile romanico. Fu riedificata nello stesso secolo per consiglio e sotto la direzione di fra' Giocondo, soavese d'origine secondo la tradizione e autore della loggia che porta il suo nome in piazza dei Signori a Verona. L'interno è ad unica navata con cappelle dedicate a santa Lucia e sant'Apollonia, sante presenti anche in altri cicli pittorici della Val Tramigna. Attualmente la chiesa è usata per mostre e manifestazioni mentre l'attiguo convento ospita la biblioteca civica di Soave.
Chiesa di Sant'Antonio - XVII secolo. In via San Matteo, venne fatta costruire nel 1677 da Matteo Cusani, di nobile famiglia che aveva ricchi possedimenti a Soave e in altre località della provincia veronese. L'interno presenta un altare, in stile barocco, e pregevoli quadri della Via Crucis.
Chiesa di San Rocco - XV secolo. Usciti da porta Aquila, sulla strada che va a Castelcerino, venne eretta nel XV secolo sull'area di un antico cimitero romano. Nel XIX secolo, l'architetto Gottardi (quello che lavorò anche sulla chiesa parrocchiale soavese) fece voltare la facciata da ovest ad est. Qui si trovava la pala di San Rocco del Morone[non chiaro], portata nella parrocchiale per paura che potesse venire rubata. Attualmente la chiesa viene usata in occasione di mostre e concerti, è di proprietà del Comune soavese ed è stata da poco restaurata.
 
 Chiesa di San Giorgio in Soave.
 
        Chiesa di San Rocco.
 
 
 Campanile della chiesa di San Rocco.
Architetture civili
Palazzo Sambonifacio - XIII secolo
Palazzo di Giustizia (Soave) - XIV secolo. Sorge in piazza Antenna, in pieno centro del paese. Edificato nel 1375 per volere di Cansignorio della Scala che vi insediò come rettore, governatore e giudice Pietro della famiglia Montagna (come si legge da un'iscrizione in versi sotto il poggiolo). Alla sua costruzione contribuirono i ventidue paesi sottoposti al Capitaniato soavese (tra i quali Soave, Colognola ai Colli, San Bonifacio, Monteforte d'Alpone e Bolca), elencati in una lapide (la più grande tra quelle scaligere) in facciata. È un edificio con loggia a quattro arcate; nel mezzo della facciata c'è un poggiolo sovrastato da una statua della Vergine col Bambino sulle ginocchia. Oggi il palazzo ospita un'enoteca al piano terra e ai piani superiori la sezione staccata del tribunale di Verona, con i vari uffici e la grande storica aula d'udienza.
Palazzo Scaligero - XIV secolo. Costruito per volontà di Cansignorio della Scala nei pressi di Porta Aquila, era l'antica residenza dei Pretori e Governatori di Soave; successivamente, in epoca veneziana, divenne residenza dei Capitani della Serenissima. Il vicino giardino, molto suggestivo, venne donato dalla famiglia Zanella al Comune di Soave. Restaurato nel XX secolo, l'edificio ospita attualmente la sede municipale.
Palazzo Cavalli - XV secolo. Edificio che sorge a lato di piazza Antenna, venne costruito nel 1411 per volontà di Nicolò Cavalli, capitano di Soave, in stile gotico – veneziano. La facciata era un tempo decorata da affreschi quattrocenteschi a soggetto mitologico attribuiti a Giovanni Maria Falconetto da Verona. Oggi il palazzo è proprietà della famiglia Pomini.
Palazzo Moscardo - XVII secolo.
 
 Palazzo di giustizia
 
 Castello Scaligero
 
Un diploma di Federico Barbarossa attesta il castello era un tempo in mano ai conti di Sambonifacio di Verona. L'ascesa di Ezzelino III da Romano come podestà del Comune veronese (1226) portò al possesso del maniero da parte dei conti Greppi, i quali, nel 1270, lo cedettero al Comune di Verona che vi installò un suo capitano. La contemporanea ascesa dei Della Scala portò ad una nuova fase della vita del paese (che divenne sede di capitaniato con 22 paesi sottoposti a tale giurisdizione) e del suo simbolo più importante. Il castello venne restaurato e rinnovato mentre, nel 1379, Cansignorio dotò il paese della cinta di mura ancor oggi visibile.
La fine della dinastia scaligera portò nuovi padroni al castello: prima i Visconti milanesi e poi i Carraresi padovani. Questi ultimi lo perderanno (1405) a causa dell'arrivo delle truppe della Repubblica di Venezia, appoggiate dagli abitanti soavesi. Nel 1439, le truppe viscontee del condottiero Niccolò Piccinino s'impadronirono di Soave ma la vittoria di Giovanni Pompei sul monte Bastia (odierno confine tra Cazzano di Tramigna e Montecchia di Crosara) permise all'esercito veneziano di tornare a possedere la zona.
Pericolo maggiore ci fu quando Venezia si trovò contro la Lega di Cambrai (1508): il castello e il paese di Soave vennero incendiati (con 366 soavesi passati a fil di spada); anche in questa occasione la Repubblica della città lagunare però riuscì ad avere la meglio (1516). A causa dell'eroismo del capitano Rangone e dei soavesi che, nel 1511, liberarono il castello, Venezia donò l'Antenna (un grande pennone) e lo stendardo di San Marco.
Iniziò un periodo di pace però il castello era ormai superato per le tecniche di guerra (armi da fuoco) che si stavano affermando; la Repubblica veneziana, che aveva bisogno di denaro per sostenere la guerra contro i Turchi, cedette il castello prima in affitto e poi in proprietà alla famiglia nobile dei Gritti (che a sua volta lo subaffittarono a privati che trasformarono il castello in fattoria).
Il primo cortile  
Il castello è un tipico manufatto militare del Medioevo che sorge sul monte Tenda dominando la pianura sottostante. È costituito da un mastio e da tre cortili con dimensioni differenti.
Il primo cortile (su cui si apre una porta con ponte levatoio), misurante 1163,90 m², fu l'ultimo in ordine di costruzione, opera della Repubblica di Venezianel XV secolo.
Nel cortile si scorgono i resti di una chiesetta a tre absidi probabilmente risalente al X secolo, il tempo delle scorrerie degli Ungari (e, dunque, probabile luogo di rifugio per la popolazione anche se fuori dalle mura dell'originario castello).
Il secondo cortile
Attraverso una porta con saracinesca si passa al secondo cortile (il primo dell'antico castello), il più grande (2921,60 m²), detto della Madonna per un affresco (Vergine che protegge i fedeli inginocchiati) del 1321 presente sopra la porta d'ingresso ad occidente. Nello stesso cortile è presente una porta di soccorso in quanto destinata al rifornimento degli occupanti il castello in caso di difficoltà.
Il cortile minore
Inoltre s'intravedono tracce di edifici (alloggi per i soldati) nei lati ovest e sud. Il terzo e ultimo cortile, il più piccolo (972,18 m²) e il più elevato, si raggiunge tramite una scaletta di legno: la soglia della porta è così elevata per ostacolare i nemici in caso di attacco.
Oltrepassata la porta s'intravede un affresco del 1340 raffigurante un soldato scaligero (affresco che documenta come era armato un soldato degli Scaligeri a quei tempi); la scritta Cicogna (o Cigogna) se si riferisce al pittore richiama affreschi dello stesso presenti a San Pietro in Briano e a San Felice di Cazzano di Tramigna.
Il mastio
Al grande mastio si accede tramite un'apertura nel basamento; era il luogo di estrema difesa ma il mucchio di ossa trovate in questo luogo fa immaginare che sia stato anche luogo di tortura e prigione. Al centro della corte si trova una vera da pozzo antica (si vedono i segni dell'usura delle corde) mentre un po' a destra abbiamo la stanza destinata al corpo di guardia dove troviamo armi di offesa e difesa usate dai soldati scaligeri. Anche nel cortile interno si ritrovano resti di caserme. Una scala esterna permette di entrare in quella che era l'abitazione del signore o del suo rappresentante (il Capitano, in epoca scaligera).
La Caminata
La stanza centrale è detta Caminata per via del grande camino presente. Sulla tavola son presenti (in alcune cassette) oggetti trovati nel restauro (o prima) del castello come monete romane e veneziane , frammenti di armi ma anche strumenti di guerra provenienti da altri castelli e monete e medaglie ritrovate in più tempi a Soave. Dalla Caminata si accede ad un cortile piccolo aperto in epoca veneziana. La stanza centrale comunica poi con la camera da letto (in cui è da notare l'affresco duecentesco del crocefisso tra la Madonna e la Maddalena) e con la sala da pranzo con tavola imbandita con stoviglie riproducenti quelle dell'epoca.
La stanza dei ritratti
Da questa sala si giunge ad una stanza di dimensioni ridotte in cui sono custoditi cinque ritratti che raffigurano rispettivamente Mastino I della Scala, il fondatore della fortuna e della potenza scaligera; Dante Alighieri (di cui si presume un soggiorno nel castello); Cangrande, il più importante tra gli Scaligeri; Cansignorio della Scala, il quale restaurò ed ampliò il castello, fece circondare Soave dalla cinta muraria e fece costruire il palazzo di Giustizia e quello Scaligero; Taddea da Carrara, moglie di Mastino II.

 
 Particolare delle mura del castello
 
 Scala di accesso alla casa del capitano
 
 Il mastio
 
 Resti di una chiesa all'interno del castello
 
Le mura
Vennero costruite nel 1369 per volontà di Cansignorio della Scala e raccolgono al loro interno il nucleo storico di Soave. Anticamente solo tre porte si aprivano nella cinta: Porta Aquila (ora Porta Bassano) a nord, Porta Vicentina ad est e Porta Verona a sud (recentemente restaurata). Per due lati (ovest e sud) le mura sono accompagnate dal fossato naturale formato dal Tramigna.

 
 Le mura della città con Porta Verona


 
 Particolare delle mura
 
 
 
 

5. Cittadella ( Padova )
 
Origini
Benché la fondazione di Cittadella sia piuttosto tarda (XIII secolo), il suo territorio ha una storia ben più antica.
Mancano le testimonianze di una frequentazione paleoveneta, ma assai evidenti sono le tracce lasciate dagli antichi Romani che occuparono il Veneto sul finire del III secolo a.C. Al 148 a.C. risale la fondazione della via Postumia, importante arteria che collegava Aquileia a Genova percorrendo tutto il Norditalia; il suo tracciato coincide con le attuali vie Postumia di Ponente e Postumia di Levante (SP 24) che transitano a nord del centro attraversando Ca' Onorai. Sulla via Postumia si basò, inoltre, la centuriazione del territorio, tuttora ben conservata, che ricadeva nell'agro settentrionale di Padova.
L'alto medioevo
Dopo la caduta dell'Impero Romano il territorio di Cittadella seguì le sorti di gran parte del Norditalia passando al Regno dei Longobardi. Le testimonianze di questo periodo sono assai scarse e questo fa pensare a un importante spopolamento e inselvatichimento del territorio. Frattanto, i centri dei dintorni - Onara, Fontaniva, Tombolo, Galliera - diventano sedi di piccole signore feudali
Al VI secolo viene fatta risalire la costruzione della pieve di San Donato, nell'omonima frazione, che fu il principale luogo di culto della zona prima della consacrazione del duomo.
 
 Vista sui tetti del centro storico
 
 La fondazione di Cittadella
Tra il XII e il XIII secolo Padova, uno dei più importanti comuni del Veneto, dà impulso a un'importante spinta espansionistica, entrando presto in conflitto con le confinanti Vicenza e Treviso. Quest'ultima, attorno al 1195, avvia la costruzione di Castelfranco, piccolo avamposto militare presso il confine segnato dal torrente Muson.
La risposta di Padova non si fa attendere e nel 1220, sulla riva opposta del fiume, inizia la costruzione di Cittadella. Il nuovo borgo fortificato, progettato da Benvenuto da Carturo, presenta però delle caratteristiche originali che lo differenziano nettamente da Castelfranco; non è un piccolo e compatto castello di forma quadrangolare, ma una vera e propria città dall'ariosa pianta rotondeggiante, dotata di propri statuti e autonomia di governo. In questo modo, Padova non intende solo creare un presidio militare, ma anche un centro amministrativo ed economico per favorire la colonizzazione del territorio compreso fra il Brenta e il Muson 
Fino all'inizio del Quattrocento, Cittadella segue le sorti della città madre, passando dalla signoria di Ezzelino III da Romano a quella dei Carraresi, degli Scaligeri e ancora dei Carraresi 
La dominazione veneziana  
Nel 1406, al termine della cosiddetta guerra di Padova, Cittadella entra nell'orbita della Serenissima. Pur mantenendola inquadrata nel distretto padovano, i Veneziani dotano la città di una podesteria di dentro e di una podesteria di fuori, l'una con giurisdizione all'interno delle mura, l'altra all'esterno 
Il lungo periodo veneziano, caratterizzato, salvo brevi parentesi, da pace e stabilità politica, porta Cittadella a evolversi da avamposto militare a centro di servizio e di mercato, riferimento per un'area rurale abbastanza estesa. Questa trasformazione si riflette anche sul tessuto urbano, con la costruzione di edifici amministrativi, ma anche magazzini e botteghe. Al contempo comincia l'espansione fuori dalle mura, con la formazione dei quattro borghi (Bassano, Treviso, Padova, Vicenza) lungo i due assi stradali principali
Scarsa, d'altra parte, la presenza di palazzi e ville venete, testimonianza di come tra Cittadella e Venezia manchi quel rapporto privilegiato di cui gode, invece, Castelfranco
Dall'Ottocento a oggi
Dopo la caduta della Serenissima, anche Cittadella attraversa un periodo di incertezza amministrativa, passando dai Francesi agli Austriaci e di nuovo ai Francesi; dapprima compresa nel dipartimento del Bacchiglione e poi nella provincia di Vicenza, tornò padovana durante il Regno Lombardo-Veneto
La dominazione austriaca termina nel 1866, anno in cui venne annessa al Regno d'Italia.
Durante la Prima guerra mondiale, nella primavera del 1918 era sede del 12º Gruppo caccia che resta fino al 16 luglio 1918. 
Stemma
Di rosso, al castello addestrato da una torre, merlati entrambi alla guelfa, aperto e finestrato del campo; sinistrato da una bandiera d'oro. Ornamenti esteriori da Comune. Decreto di Riconoscimento 4 febbraio 1933. Dal 6 maggio 1972 si fregia del titolo di città.
Onorificenze
Cittadella è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione, è stata insignita della Medaglia d'Argento al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale. 
 
 La Torre di Malta
 
 Cinta muraria
La cerchia murata che circonda Cittadella (1220 d.C.) ha forma di ellisse irregolare e con l'abitato costituisce un complesso organico del più alto interesse storico, non solo per gli studi sui castelli ma anche per quelli di urbanistica. Lo spazio interno che le mura delimitano è ordinato da due traverse che raccordano le quattro porte con il centro, dividendo l'abitato in quartieri, a loro volta suddivisi a scacchiera dalle caratteristiche stradelle. La cortina murata comunica con l'esterno attraverso quattro ponti in corrispondenza delle porte (a loro volta costruite sui quattro punti cardinali), rivolte verso le vicine città di Padova, Vicenza, Bassano del Grappa e Treviso (di qui la denominazione Porta Padovana, Porta Vicentina, Porta Bassanese, Porta Trevisana). I ponti levatoi, mantenuti in servizio fino al secolo XVI, gradualmente vennero sostituiti con altri in muratura. Gli attuali risalgono alla prima metà del secolo scorso.
Dal 1994 l'architetto Patrizia Valle dello Studio Valle Architettura e Urbanistica di Venezia ha avviato concretamente il restauro delle mura, attraverso progetti d'intervento suddivisi in quattro fasi, coincidenti con i settori del sistema fortificato. I lavori, sono proseguiti quasi ininterrottamente fino al 2013 e terminati con il recupero del quadrante sud est delle mura e il completamento del restauro dell'intero perimetro della cinta muraria.

 
 Torrione di Porta Bassano
 
Il Duomo di Cittadella
Torre di Malta
Casa del Capitano
Palazzo della Loggia
Palazzo Pretorio
Teatro Sociale
Duomo
Chiesa del Torresino
Convento di San Francesco
Pieve di San Donato (frazione di San Donato)
Chiesa di Santa Lucia di Brenta (frazione di Santa Croce Bigolina)
Villa Rina
Villa Ca' Nave
Villa Ortolani detta "La Colombara"
Cimitero militare Austro-Ungarico
 
 Alcuni affreschi sotto i portici di via Roma
 
 
 Porta Bassano (Porte Bassanesi)
 
 
 Via Indipendenza con Porta Vicenza sullo sfondo
 
 
 L'antica pieve di San Donato
 
 
 
 6. Montagnana ( Padova ) 
Alla città di Montagnana è stata conferita la Bandiera arancione per le sue bellezze storiche e per la valorizzazione dei prodotti tipici, inoltre fa parte dell'associazione I borghi più belli d'Italia.
Il nome deriva dal toponimo Motta Aeniana, in latino medievale motta indicava una piccola altura mentre aeniana una mansio
Le origini di Montagnana probabilmente risalgono ad epoca romana, in un territorio soggetto a frequenti alluvioni e circondato dal fiume Adige, fino alla cosiddetta rotta della Cucca che modificò il percorso del fiume. 
Dopo lunghe guerre, dal 1405 fino al 1797 la città fece parte della Repubblica di Venezia.
 
 Piazza Vittorio Emanuele II con il Duomo di Santa Maria Assunta
 
 Villa Pisani
 
Oltre che per lo straordinario complesso fortificato, la città si fa apprezzare per il tessuto urbano, fatto di vie e di edifici sorti in periodo rinascimentale e, parte, durante la ripresa economica del XIX secolo.
Sulla piazza centrale si protende il Duomo (1431-1502), dalle imponenti forme tardo-gotichecon aggiunte rinascimentali. All'interno sono esposte la Trasfigurazione di Paolo Veronese, tre tavole di Giovanni Buonconsiglio detto il Marescalco (XVI secolo), una grande tela votiva di notevole valore documentale riproducente la battaglia di Lepanto (1571). Le pareti sono ornate di raffinate decorazioni e di affreschi, tra i quali, notevolissimi, quello del catino absidale del Buonconsiglio, e, ai lati dell'ingresso, la Giuditta e il David, recentemente attribuiti al Giorgione.
Sempre sulla piazza, si affaccia l'elegante palazzo Valeri e l'antico Monte di Pietà. In via Matteotti sorge il palazzo Magnavin-Foratti, in raffinato stile gotico-veneziano, che si dice sia stata la residenza di Jacopa, moglie del condottiero Erasmo da Narni detto il Gattamelata.
In via Carrarese si trova il municipio, opera attribuita all'architetto veronese Michele Sanmicheli(1538). In via Scaligera vi è la chiesa tardo-romanica di San Francesco, con attiguo monastero delle Clarisse; in via San Benedetto si affaccia l'omonima chiesa barocca. Subito fuori dell'abitato, a ridosso di porta Padova, vi è villa Pisani, uno dei capolavori di Palladio, che all'interno conserva statue di Alessandro Vittoria (1525-1608).
Da segnalare, in via dei Montagnana, l'antico ospedale di Santa Maria con un affresco di Giovanni Buonconsiglio e, nell'omonima via, la chiesetta di Sant'Antonio Abate, con tracce di presenza templare.
I monumenti più insigni, tuttavia, sono costituiti dalla cinta muraria, dalla rocca degli Alberi e dal castello di San Zeno.
Le opere di fortificazione alto-medioevali, che si suppongono rafforzate nel X secolo in difesa delle scorrerie degli Ungari, erano costituite quasi esclusivamente da terrapieni, palizzate, fossati e barriere di piante spinose (rimane qualche ricordo in vecchi toponimi delle vie interne). Montagnana viene citata come castrum in un documento del 996. Nei secoli successivi numerose testimonianze documentali attestano la sua funzione difensiva e protettiva a vantaggio dei villaggi circostanti i cui abitanti erano tenuti alla manutenzione dell'apparato difensivo (mura, bertesche, ponte) e al servizio militare nei confronti del castrum considerato ricetto comune di importanza vitale per la sicurezza di tutti. Ezzelino III da Romano detto il Tiranno (1194-1259), presa e incendiata Montagnana nel 1242, munì il luogo di fortificazioni adeguate all'epoca (ziron). Il mastio del castello di San Zeno (oggi agibile fin sulla sommità) è a lui attribuito.
Cinta muraria 
 
 La città murata dal castello di San Zeno

Le mura attuali, che costituiscono uno degli esempi più insigni e meglio conservati di architettura militare medioevale in Europa, salvo il complesso di Castel San Zeno e i tratti di cinta ad oriente ed occidente che sono più antichi, risalgono alla metà del Trecento, quando i Carraresi, signori di Padova, vollero ampliare e rafforzare quello che era un essenziale luogo forte di frontiera dello stato padovano contro la Verona degli Scaligeri, che dominava la vicina Legnago. Lo spazio urbano intra moenia fu in quell'occasione ampliato, e la nuova cinta fu costruita con strati sovrapposti di mattoni e di pietre (trachite trasportata per via d'acqua dai vicini colli Euganei). La città fortificata è racchiusa in un quadrilatero irregolare delle dimensioni di circa metri 600 x 300 con un'area di 24 ettari e un perimetro di circa due chilometri. Le mura, coronate da merli di tipo guelfo, sono alte dai 6,5 agli 8 metri, con uno spessore di 96-100 centimetri. Tra un merlo e l'altro, delle ventole in legno servivano a riparare i difensori. Le torri perimetrali, in totale 24, distanziate di circa 60 metri, sono alte fra i 17 ed i 19 metri. Il vallo esterno varia dai 30 ai 40 metri.
All'interno dei fornici che reggono il cammino di ronda erano allogati i magazzini (canipe) per la custodia dei beni prodotti nelle campagne (si notano ancora gli incavi per fissare le armature in legno). Nelle torri, a più piani e coperte da un tetto spiovente defilato sotto la piazzola munita di macchina da lancio, stavano altri magazzini e gli alloggiamenti per i militi posti a guarnigione della fortezza nei momenti di emergenza bellica. Una zona priva di costruzioni e adibita a pomerio coltivato per fronteggiare lunghi assedi, stava tutto attorno alle mura dalla parte interna.
Attorno alla cinta muraria correva un ampio fossato (l'attuale pittoresco e verde vallo) allagato con l'acqua del fiume Frassine (confine verso il Vicentino) derivata per mezzo di un canale ad argini sopraelevati (il Fiumicello) avente funzione di vallo difensivo di saldatura lungo il quale, dalla parte padovana, stava un serraglio sopraelevato per la concentrazione delle truppe. Tutto attorno alla zona montagnanese erano paludi intransitabili o plaghe inondabili in caso di guerra, così che la città murata costituiva la chiave della frontiera padovana verso ovest. La struttura militare era per di più attorniata da quattro fortificazioni avanzate perimetrali (le bastie), ora scomparse, e le due rocche poste a difesa delle due porte erano circondate da fossato pure dalla parte di città. La fortezza, ai suoi tempi, era imprendibile e, di fatto, fino all'avvento delle grosse bocche da fuoco (XVI secolo), non fu mai espugnata militarmente.
L'accesso alla città era controllato dalle porte fortificate del castello di San Zeno (ad est, verso Padova) e della Rocca degli Alberi (ad ovest, verso il veronese). Solo più tardi, nel '500, fu aperta a nord una terza porta (porta Nova o di Vicenza) per agevolare le comunicazioni con il porto fluviale del Frassine. Alla fine dell'Ottocento un quarto varco fu praticato verso sud, per accesso alla stazione ferroviaria (porta XX Settembre).
Le mura medievali di Montagnana sono state inserite tra I Luoghi del Cuore, iniziativa promossa dal FAI.
 
 Porta Legnago, detta anche Rocca degli Alberi. 
 
Rocca degli Alberi
 
La Rocca degli Alberi, che si alza imponente e pittoresca sul vallo dalla parte occidentale, fu costruita dai Carraresi nel biennio 1360-62 con funzione esclusivamente militare. L'ingresso fortificato era costituito da un complesso sistema difensivo: lungo l'androne di transito, dominato da due torri, stavano quattro porte a battenti, due saracinesche e quattro ponti levatoi a bilanciere. Sistema simile era a castel San Zeno.
Dal 1963 la rocca ospitava l'ostello della gioventù, ora spostato in una struttura pochi metri fuori le mura, ed è visitabile nel periodo aprile-ottobre.
Castello di San Zeno
Il castello di San Zeno (il cui toponimo derivante dalla vicina chiesa di San Zeno, richiama una fase di espansione della diocesi veronese) sorge nel luogo di un insediamento alto-medioevale che fu residenza degli eredi di Ugo il Grande di Toscana divenuti in seguito i marchesi d'Este. L'odierna costruzione (salvo l'ala veneziana e le sovrastrutture austriache) risale per buona parte al XIII secolo, quando Ezzelino III da Romano, dopo averla data alle fiamme nel 1242, volle meglio fortificare Montagnana.
L'edificio ha pianta rettangolare (metri 46 x 26) con un ampio cortile interno. Fino agli inizi del XIX secolo, il castello era circondato da un fossato che lo isolava anche dal lato di città. La struttura era completata da torri (di cui ne restano due) e dal vicino mastio (alto circa 40 metri) che doveva costituire un punto privilegiato per l'avvistamento e la difesa della città. Inizialmente, il ponte levatoio che varcava il vallo consentendo l'accesso alla città, immetteva probabilmente nel cortile interno del castello. Si ipotizza che il passaggio sia stato poi spostato sul lato sud del castello stesso, protetto sia da questo che dall'alto mastio. Quest'ultimo originariamente doveva essere più basso e coperto da un tetto di legno sormontato da una guardiola.
 
 Castel San Zeno
 
Quando Padova, Verona e le altre città del Veneto furono assoggettate da Venezia e cessarono le loro reciproche continue lotte, Montagnana prosperò come zona di produzione agricola e, in particolare, della canapa, le cui fibre erano necessarie per le corde e le vele dell'arsenale veneziano. Il castello di San Zeno fu allora adibito a deposito di tale produzione.
Il castello continuò ad essere utilizzato come quartiere di alloggi militari e, in seguito, anche col Regno d'Italia fino alla prima guerra mondiale.
Attualmente al suo interno sono ospitati il Museo Civico "Antonio Giacomelli"[6], istituito nel 1980, la biblioteca civica e il Centro Studi sui Castelli, fondato nel 1954. 
Una veduta del castello di San Zeno, visto da nord-est come appariva nel '500, è riprodotta in un prezioso disegno a sanguigna attribuito a Giorgione (conservato al museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam).
 
 Rocca degli Alberi
 
 Porta Vicenza
 
 Porta XX Settembre
 
 Palazzo della Cassa di Risparmio
 
 Palazzo Magnavin-Foratti
 
 
 7. Venzone ( Udine )

La cittadina sorge a 230 m s.l.m., alla confluenza di due importanti valli: quella del Tagliamento, che porta in Carnia, e il Canal del Ferro. Parte del territorio comunale è compreso nel Parco naturale delle Prealpi Giulie. La cittadina è legata da un legame molto profondo con le truppe alpine: questa infatti è una terra di tradizionale reclutamento alpino. Inoltre ancor oggi a Venzone, dopo lo scioglimento del 14º Reggimento nel 2005, ha sede l'8º Reggimento Alpini, nella caserma Feruglio. Venzone ha tre frazioni: Carnia, Pioverno e Portis.
 
Il nome di Venzone viene citato per la prima volta nel 923 come Clausas de Albiciones; in seguito Albiciones diventerà Aventinone, Avenzon, Avenzone e quindi Venzone. Il toponimo deriva certamente da av-au, flusslauf (sorgente, corso d'acqua) e il nome deriva quindi sicuramente dal torrente Venzonassa. È comunque del 1001 il primo documento ufficiale nel quale viene menzionata la città di Venzone. Si tratta di un diploma dell'imperatore Ottone III con il quale si concedeva al Patriarca d'Aquileia l'erbatico del Canal del Ferrointendendo con ciò un'ampia zona, di grande valore, coperta di erba, contrariamente alla pianura friulana che in quei tempi contava quasi esclusivamente boschi e paludi. Nel 1258 Glizoio di Mels, diventato signore del luogo, fece iniziare la costruzione delle fortificazioni: fece in modo di avere una doppia cinta muraria circondata da un profondo fossato in cui scorresse l'acqua del torrente; la pianta è di forma esagonale con lati ineguali. Le mura, alte 8 metri e larghe 1,5 erano robustamente ancorate ad un sistema di 15 torri.
 
Nel 1335 il feudo di Venzone venne ceduto a Giovanni Enrico di Gorizia al quale subentrò il Patriarca di Aquileia Bertrando di San Genesio, che l'anno successivo espugnò la cittadina annettendola al Patriarcato. Nel 1351 Venzone passò nuovamente come feudo al duca d'Austria Alberto II e nel 1381 divenne finalmente libera comunità avente voce nel parlamento friulano. Nel 1391 con bolla pontificia di papa Bonifacio IX venne nominata parrocchia. Nel 1420 sotto il doge Tommaso di Mocenigo passò a far parte, come tutto il Friuli (escluso il Goriziano), della Repubblica di Venezia. In quel periodo Venzone raggiunse il suo massimo splendore e i suoi abitanti superavano il numero di 2000.
 
Fu questo, però, anche il periodo in cui iniziò il suo decadimento accelerato dalle incursioni dei turchi. Nel Cinquecento, quando divenne sede di continui soggiorni regali, venne invasa alternativamente dai tedeschi e riconquistata dai veneti. Nel 1797 Venzone venne occupata dalle truppe francesi ma, in seguito al Trattato di Campoformio, subentrarono gli austriaci. Nel 1866, in seguito alla terza guerra di indipendenza e al successivo voto plebiscitario, la cittadina fu unita all'Italia. Nel 1965 il Ministero della Pubblica Istruzione ha proclamato la cittadina monumento nazionale riconoscendone così l'importanza storico-artistica. Anche a causa dell'età avanzata della maggior parte degli edifici, che non avevano subito danni nel corso dei due conflitti mondiali, venne quasi completamente rasa al suolo dal sisma che nel 1976 ha sconvolto il Friuli, ma grazie agli aiuti giunti da tutto il mondo e alla tenacia dei suoi abitanti il paese è risorto ed è oggi un modello della ricostruzione avvenuta in Friuli a seguito del terremoto.
 
Edifici storici 
Duomo di Venzone, dedicato a Sant'Andrea Apostolo fu eretto su una preesistente chiesa nel 1308, distrutto dal terremoto del Friuli del 1976 è stato in seguito ricostruito per anastilosi.
Le mummie di Venzone appartenenti ad un'epoca compresa tra il XIV ed il XIX secolo, attualmente conservate in un edificio vicino al duomo, tra cui il nobile uomo di Venzone Paolo Marpillero. Il processo di mummificazione non è dovuto all'intervento dell'uomo, ma a cause naturali (temperatura ed umidità adatte, alta presenza di solfato di calcio nel terreno). La popolarità di queste mummie era altissima già nei secoli passati, lo stesso Napoleone volle farne visita nel 1807.
Porta di Sotto
Porta di San Genesio
Palazzo Comunale
Palazzo Orgnani-Martina
Palazzo Scaligeri
Palazzo Zinutti
Chiesa di San Giovanni Battista
Chiesa dei Ss. Anna e Giacomo
Chiesa di Santa Caterina
Chiesa di Sant'Antonio abate
Chiesa di Santa Lucia
Chiesa di Santa Maria del Carmine
Chiesa di Santa Chiara

A Venzone e dintorni sono state girate molte scene dei famosi film "Addio alle armi" di John Huston e Charles Vidor (1957) e "La Grande Guerra" di Mario Monicelli (1959).
I boschi e le montagne attorno Venzone sono ricche di fauna selvatica, sono infatti presenti ben 3 linci e 2 orsi, oltre che a ungulati vari, tra cui 70 stambecchi, 1000 caprioli e 50 camosci.
L'area protetta (10000 ha) attorno a Venzone (parte del Parco naturale delle Prealpi Giulie), è una delle pochissime zone d'Italia in cui convivono i grandi carnivori (ad eccezione del lupo tuttora assente) un tempo diffusi su tutte le Alpi.
Nella frazione Borgo San Giacomo si trova il Laghetto Pelas.
 
 Facciata del Duomo
   
 L'interno del Duomo
   
 Il campanile
   
 Particolare del campanile
   
 Il Battistero (ex cappella di San Michele) con la cripta delle mummie
   
 Il palazzo del Municipio
   
 Scorcio del centro storico
 
 La piazza del municipio
   
 Duomo e mura medievali
   
 Duomo. Interno.
   
 Mummie di Venzone. 
 
 Il Battistero
 
 
 
 
 8. Vigoleno ( Piacenza )
 
 Fa parte de I borghi più belli d'Italia, pervenutoci fortunatamente intatta in tutte le sue parti è un esempio di borgo fortificato medievale di particolare bellezza. Collocata sul crinale tra la valle dell'Ongina e quella dello Stirone su un rilievo di non elevata altezza (350 m s.l.m.) gode di un ampio panorama sulle vallate e colline circostanti.

Castello di Vigoleno, del X secolo
Il castello di Vigoleno è un imponente complesso fortificato della provincia di Piacenza sul confine con quella di Parma, nel comune di Vernasca. Posto sul crinale tra la valle dell'Ongina e quella dello Stirone su un rilievo di non elevata altezza domina le colline circostanti. Pervenutoci fortunatamente intatto in tutte le sue parti è un esempio di borgo fortificato medievale di particolare bellezza.
La sua fondazione risale al X secolo ma la prima data documentata è il 1141 quando era avamposto, sulla strada per Parma, del Comune di Piacenza. Il possesso passò per molte mani, principalmente fu della famiglia Scotti, vide i Pallavicino, Piccinino, Farnese, e venne più volte distrutto e ricostruito.
Nel 1922 la principessa Ruspoli Gramont lo fece restaurare e ne fece sede di incontri mondani, passarono tra le sue mura Gabriele D'Annunzio, l'attore Douglas Fairbanks, Max Ernst, Alexandre lacovleff, Jean Cocteau, la diva del cinema Mary Pickford, la scrittrice Elsa Maxwell, il pianista Arthur Rubinstein. Nei primi anni'80 fu teatro di parte delle riprese del film Lady Hawke di Richard Donner con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer.
 
 Veduta esterna del borgo fortificato di Vigoleno
 
 Il borgo fortificato
Completamente circondato dalla cinta muraria merlata che è interamente percorribile sull'antico cammino di ronda. Ha un unico accesso attraverso un rivellino, dalla particolare forma tondeggiante, che proteggeva il vero portale d'ingresso. Il cuore del borgo è la piazza, con fontana centrale, su cui si affacciano: il mastio, la parte residenziale del castello, l'oratorio e la cisterna. Il paese prosegue con un piccolo gruppo di case strette intorno alla pieve di San Giorgio. Sul lato est, tra le abitazioni e le mura si trova un giardino.
 
Il mastio
Ha un imponente torrione di pianta quadrangolare con feritoie, beccatelli e merli ghibellini. Ospita sale museali con documenti storici e fotografici. Un camminamento di ronda lo collega alla seconda torre e da qui alla parte residenziale.
 
 San Giorgio
 
 San Giorgio
 
La meridiana
Posta sul lato sud di una torretta affacciata sulla piazza porta la data del 1746.
Fa parte del circuito Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza e del club de I borghi più belli d'Italia ed è stato insignito della Bandiera arancione del Touring Club Italiano.

 
La pieve di San Giorgio
Chiesa romanica del XII secolo ha tre navate divise da quattro coppie di possenti pilastri rotondi con capitelli scolpiti con figure. Ha subito rimaneggiamenti rinascimentali e barocchi, ma grazie al restauro del 1963, si presenta oggi con il suo aspetto originale, austero ed imponente. La facciata è impreziosita da un portale scolpito con colonnine dai capitelli fogliati e nella lunetta una scultura raffigurante San Giorgio. Poche le tracce di affresco, San Giorgio nell'abside del XV secolo e San Benedetto su un pilastro, datato 19 luglio 1427. Il campanile di pianta quadrangolare, è sormontato da bifore.
 
 La Piazza
 
L'oratorio di Santa Maria
Piccolo edificio settecentesco elegante e sobrio con pianta a crociera. Si affaccia sulla piazzetta con una piccola gradinata. Oggi viene utilizzato per mostre e per piccoli concerti data l'acustica perfetta
A Vigoleno è ancora viva la tradizione della questua del cantamaggio, il 30 di aprile il gruppo dei canterini porta l'augurio del maggio per le case del borgo, ricevendone in cambio uova o altri doni che vengono calati con la cavagna appesa ad uno spago dalle finestre negli stretti vicoli.
Dà il nome ad un vino il Colli Piacentini Vin Santo di Vigoleno.
 
 
 
 9. Gradara ( Pesaro-Urbino )

È situato nell'entroterra della riviera marchigiano-romagnola, poco distante dal mare e con un piacevole paesaggio collinare - estrema propaggine dell'Appennino - che le fa da sfondo. È conosciuto soprattutto per la sua storica Rocca malatestiana, che assieme al suo borgo fortificato ed alla sua cinta muraria rappresentano un caratteristico esempio di architettura medievale, recuperata grazie ad un intervento di restauro interpretativo attuato all'inizio del XX secolo.

  Panorama di Gradara
 
La storia antica di Gradara è strettamente legata alle vicissitudini del suo castello, soggetto nei secoli al dominio delle famiglie Malatesta, Sforza, Della Rovere e dei Mosca. Secondo la leggenda, in esso trovarono la morte Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, uccisi per gelosia dal fratello di Paolo, Gianciotto Malatesta.
Il castello di Gradara è il complesso che sorge sulla sommità di una collina nel comune di Gradara, in provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche, costituito un castello-fortezza medievale (la rocca) e dall'adiacente borgo storico, protetto da una cinta muraria esterna che si estende per quasi 800 metri, rendendo l'intera struttura imponente. Gradara è stata, per posizione geografica, fin dai tempi antichi un crocevia di traffici e genti: durante il periodo medioevale la fortezza è stata uno dei principali teatri degli scontri tra le milizie fedeli al Papato e le turbolente signorie marchigiane e romagnole.
La leggenda vuole che la rocca abbia fatto da sfondo al tragico amore tra Paolo e Francesca moglie di Gianciotto Malatesta, fratello di Paolo, cantato da Dante nella Divina commedia. Il castello, di proprietà dello Stato Italiano, dal dicembre 2014 fa parte dei beni gestiti dal Polo museale delle Marche.
Nel tempo il castello è progressivamente diventato uno dei monumenti più visitati della regione ed è teatro di eventi museali, musicali ed artistici. Particolarmente suggestiva è la vista della rocca e del sottostante borgo storico nelle ore notturne.
 
  il castello
 
La fortezza sorge su una collina a 142 m s.l.m.: il mastio, torrione principale, si innalza per 30 metri, dominando l'intera vallata; è possibile arrivare con lo sguardo fino al mare Adriatico, a nord, o verso il monte Carpegna, ad ovest.
Fu costruito attorno al 1150 dalla potente famiglia dei De Griffo: successivamente caduta in disgrazia presso il papato, venne sottratta loro l'investitura della Curte Cretarie e affidata al condottiero dei Guelfi di Romagna, Malatesta da Verucchio (detto Mastin Vecchio), capostipite e fondatore della dinastia dei Malatesta, i grandi Signori di Rimini, Cesena e Pesaro.
Furono i Malatesta a decidere l'edificazione delle due cinte di mura, erette tra il XIII e il XIV secolo. Nel 1445 Galeazzo Malatesta decise di vendere Gradara a Francesco Sforza per 20.000 fiorini d'oro; quando però Francesco arrivò a Gradara per entrarne in possesso, Sigismondo Pandolfo Malatesta, uomo d'arme e mecenate, si rifiutò di consegnargliela e anche di restituire il denaro.
A seguito di ciò nel 1446 Francesco Sforza, alleato del Duca Federico da Montefeltro, mosse verso Gradara per prendersela con le armi: il suo esercito, ben fornito di cannoni, bombarde e schioppi, cinse d'assedio ed attaccò duramente per 40 giorni la fortezza, la quale sembrava destinata a cadere. Grazie alle intemperie e all'imminente arrivo dei rinforzi del Malatesta, Francesco Sforza fu tuttavia costretto a ritirarsi, lasciando Gradara nelle mani di Sigismondo.
Il dominio del casato su Gradara finì nel 1463 quando Sigismondo Pandolfo Malatesta, scomunicato da papa Pio II, si scontrò direttamente con Federico da Montefeltro, che assediò Gradara per conto della Chiesa. La fortezza, che aveva resistito a numerosi assedi in passato, in quella circostanza dovette arrendersi, per poi essere consegnata in vicariato dal Papa agli Sforza di Pesaro, fedeli alleati della Chiesa.
Da quel momento Gradara passerà di mano diverse volte e alcune tra le più importanti casate della penisola si contenderanno il suo possesso: i Della Rovere, i Borgia, i Medicihanno passeggiato per i saloni del castello, confermando il ruolo da protagonista della fortezza malatestiana nel complicato e tumultuoso scacchiere politico dei territori pontifici situati nelle attuali Marche e Romagna.
Dal 1641 Gradara passò sotto il diretto controllo dello Stato della Chiesa tramite i legati pontifici, iniziando la sua lunga agonia.
Quando, nel 1920, la famiglia Zanvettori acquistò la Rocca di Gradara, il castello e la cinta muraria erano ridotti allo stato di rudere. Umberto Zanvettori finanziò il restauro del castello e della cinta muraria del borgo, affidando i lavori a Giuseppe Sacconi, il celebre architetto del Vittoriano, che, pur facendo degli interventi più interpretativi che filologici[4] riportò il sito all'originario splendore.
Nel 1928 la rocca fu venduta allo Stato italiano, con diritto di usufrutto da parte della vedova di Zanvettori, Alberta Porta Natale, fino al 1983.
 
  Giovanni Bellini (Venezia, 1433circa – Venezia, 26 novembre 1516), Pala di Pesaro, Musei Civici di Pesaro. Nell'inquadratura dell'altare si scorge una raffigurazione ispirata alla fortificazione di Gradara.
 
 Fronte del Castello.
 
La leggenda di Paolo e Francesca-
Secondo la leggenda, la rocca ha fatto da sfondo al tragico amore tra Paolo e Francesca[1][2], cantato da Dante nella Divina commedia. Intorno al 1275 Guido da Polenta, signore di Ravenna, diede in sposa la figlia Francesca al suo fedele alleato Giovanni Malatesta, signore di Rimini, chiamato Gianciotto perché "ciotto", sciancato, valoroso uomo d'arme ma brutto nella persona. Al momento di presentarsi a Francesca, inviò al suo posto il suo fratello Paolo, cavaliere nobile, bello e cortese, già sposato con Beatrice Orabile di Ghiaggiuolo, con la quale aveva due figli. I due s'innamorarono ma Gianciotto, messo in allarme da un servitore, li colse in flagrante tradimento e li uccise
 
Filmografia
Nel 1937 il castello fu location per le riprese del film Condottieri di Luis Trenker, ispirato alla figura del soldato di ventura Giovanni dalle Bande Nere.
Nel 1949 vengono girate alcune scene del film vincitore di due Premi Oscar ll principe delle volpi (Prince of Foxes) diretto da Henry King, con Tyrone Power nei panni di Andrea Orsini, Orson Welles di Cesare Borgia e Marina Berti di Angela Borgia.
Nel 1950 vi fu ambientato Paolo e Francesca di Raffaello Matarazzo.
Nel 1961 il borgo e gli interni della rocca fecero da sfondo alla storia d'amore tra il rivoluzionario Pietro Missirilli e la protagonista del film Vanina Vanini, di Roberto Rossellini.
Negli anni ottanta vi furono ambientati due film del filone vacanziero: Stesso mare stessa spiaggia (1983) di Angelo Pannacciò e Yesterday - Vacanze al mare (1985) di Claudio Risi.
 
 Paolo e Francesca, sorpresi da Gianciotto - Dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres, 1819.
 
Il Castello sotto la neve
 
 
 L'ingresso col ponte levatoio
 
 
 La cinta muraria malatestiana del XIII-XIV secolo
 
 
 Le mura in inverno
 
 
 
 10. Monteriggioni ( Siena )
 
« [...] però che, come in su la cerchia tonda
Monteriggion di torri si corona,
così la proda che 'l pozzo circonda
torregiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tona »
 
(Dante Alighieri, Inferno canto XXXI, vv. 40-45)
 
Il Castello di Monteriggioni fu costruito dai senesi, per ordinanza del podestà Guelfo da Porcari, in un periodo compreso tra il 1214 e il 1219. Il terreno, acquistato dalla famiglia nobile Da Staggia, era la sede di un'antica fattoria Longobarda (la denominazione di Montis Regis probabilmente indicava un fondo di proprietà regale o che godeva di esenzioni fiscali da parte della corona).
La costruzione del castello ad opera della Repubblica di Siena ebbe principalmente scopo difensivo, in quanto il borgo sorse sul monte Ala in posizione di dominio e sorveglianza della Francigena, per controllare le valli dell'Elsa e dello Staggia in direzione di Firenze, storica rivale di Siena.
L'edificazione praticamente ex novo di un castello rappresentava una novità nella politica espansionistica senese: in precedenza, infatti, la città aveva acquistato castelli già esistenti, come quello di Quercegrossa.
Il tracciato circolare delle mura fu ottenuto semplicemente seguendo l'andamento naturale della collina.
Non c'è accordo degli storici sull'eventuale presenza del ponte levatoio. Certa è invece la presenze delle saracinesche, ovvero spesse porte di legno ricoperte di ferro che venivano azionate tramite carrucole. Anche oggi le due porte presentano i segni dei cardini e delle buche causati dalle stanghe di chiusura. Sulla porta San Giovanni si possono anche notare i segni del rivellino, un'altra struttura difensiva di forma rettangolare collocata di fronte alla porta e anch'essa dotata di un ponte levatoio o di una seconda porta.
Il Castello di Monteriggioni era inoltre circondato dalle cosiddette carbonaie, ovvero fossati pieni di carbone che veniva incendiato per respingere gli assalti.
Eventi successivi
Dopo l'edificazione del castello i fiorentini e i senesi si batterono per il suo possesso nel 1244 e nel 1254.
Nel 1269, dopo la battaglia di Colle (ricordata da Dante nel XIII canto del Purgatorio), i senesi sconfitti si rifugiarono a Monteriggioni, assediato, ma invano, dai fiorentini.
In seguito alla peste del 1348 - 1349 i senesi decisero di far risiedere a Monteriggioni un capitano con alcuni fanti per proteggere la popolazione dai malfattori che imperversavano nella zona.
Nel 1380, secondo quanto si può leggere negli statuti del comune et uomini di Monteriggioni, gli abitanti di Monteriggioni erano considerati "Cittadini di Siena".
Nel 1383 un gruppo di esuli senesi si impadronirono del Castello con l'inganno, ma si arresero poco dopo.
L'età moderna
Tra il 1400 e il 1500 furono interrate le mura per resistere meglio ai colpi dell'artiglieria. Si rese quindi inutile anche l'utilizzo delle carbonaie.
Nel 1526 i fiorentini assediarono Monteriggioni con 2000 fanti e 500 cavalieri, bombardando le mura con l'artiglieria.
Il Castello di Monteriggioni però resistette e, il 25 luglio di quello stesso anno, nella battaglia di Camollia, i senesi sconfissero l'esercito pontificio, alleato dei fiorentini, che interruppero immediatamente l'assedio.
Il 27 aprile del 1554 Monteriggioni venne ceduto a tradimento, senza alcun combattimento, dal capitano Bernardino Zeti, fuoriuscito fiorentino, al Marchese di Marignano che nel 1555 sconfisse definitivamente la Repubblica di Siena. Questo episodio è considerato dagli storici come l'evento che segna il termine dell'epoca comunale in Italia.
Cosimo I dei Medici impose la sua signoria sul territorio e gli abitanti di Monteriggioni vennero portati schiavi a Firenze.
Monteriggioni fu poi ceduta dai Medici alla famiglia Golia di Siena, che a loro volta lo cedettero ai Batta. Fu poi incluso nel ducato di Gian Galeazzo Visconti, pervenendo poi ai Fabbroni, ai Daddi e nel 1704 agli Accarigi, che passarono il vitalizio alla famiglia Griccioli, che tuttora mantiene possedimenti nel castello e nelle campagne circostanti.
Monteriggioni e la Via Francigena
Negli ultimi anni Monteriggioni ha assunto maggiore rilevanza turistica essendo stata inserita all'interno del percorso della Via Francigena dal Consiglio D'Europa, fa quindi parte degli Itinerari Culturali. In questo contesto costituisce la tappa 32. Si tratta di un percorso a piedi che parte da Piazza Roma di Monteriggioni e arriva a Piazza del Campo di Siena, per un percorso di 20,6 km[4]. Per questa sua rilevanza nell'ambito della Via Francigena è stato inserito all'interno di un progetto di ricostruzione territoriale del paesaggio medioevale[5].
Nel territorio di Monteriggioni si trovano numerosi centri di importanza storico-artistica; da ricordare:
Chiesa di Santa Maria Assunta
Badia dei Santi Salvatore e Cirino ad Abbadia a Isola
Pieve di Santa Maria a Castello
Chiesa di San Rocco a Badesse
Chiesa di San Giovanni Evangelista a Basciano
Chiesa del Beato Ambrogio Sansedoni a Belverde
Chiesa di Cristo Re e Maria Nascente a Castellina Scalo
Chiesa di San Giovanni Battista a Lornano
Chiesa Santi Pietro e Paolo a Santa Colomba
Chiesa di San Martino a Strove
Chiesa dei Santi Erasmo e Marcellino a Uopini
Chiesa di San Dalmazio, presso Tognazza
Chiesa di Santa Maria Maddalena a Santonovo, presso Montarioso
Chiesa di San Lorenzo a Colle Ciupi
Chiesa di San Michele Arcangelo a Fungaia
Chiesa di Santa Maria Assunta a Poggiolo
Eremo di San Leonardo al Lago
 
 
 Camminamenti sulle mura
 
 Mura
Dal 2005 è possibile percorrere due tratti degli antichi camminamenti di ronda sulle mura, dal quale si godono stupendi panorami sul Chiantie sulla Montagnola Senese. 
La torre della bonifica
La pianura ai piedi di Monteriggioni era occupata da una palude, ai margini della quale si fronteggiavano Monteriggioni e l'antica Abbadia a Isola, che dipendeva dal Vescovo di Volterra. Quando i monaci dell'Abbazia cominciarono la bonifica idraulica della palude scavando una galleria per far defluire le acque, i senesi la riempivano nottetempo perché la palude era una protezione naturale contro gli eserciti nemici. La questione andò avanti per molto tempo, finché nel 1246 si giunse a un compromesso: i monaci ultimarono la galleria, ed i Senesi conservarono una consistente area a ridosso del castello. Ancora oggi, nella pianura bonificata, emerge una vecchia torre, situata proprio sopra la galleria sotterranea: serviva da sfiatatoio e da ingresso per la manutenzione della galleria, che oggi non è più percorribile perché intasata da detriti.[7]
 
 Eremo di San Leonardo al Lago
 
 
 
Nell'anno del Signore 1213, indizione seconda, nel mese di marzo al tempo del Signore Guelfo di Ermanno di Paganello da Porcari Podestà di Siena, del Signore Arlotto da Pisa, giudice oculato, e di Ildebrando di Usimbardo camerario di Siena, questo castello di Monteriggioni fu iniziato nel nome di Dio e quindi racchiuso completamente da mura con spese e lavori sostenuti in proprio dal popolo di Siena.
 
 Piazza Roma
 
Museo delle armature
A Monteriggioni è stato allestito un Museo delle armi e delle armature, che ospita fedeli riproduzioni artigianali di armi e armature medievali e rinascimentali.
 
Pubblicità
Il borgo o i dintorni di Monteriggioni sono stati lo scenario di molti spot pubblicitari, tra cui quelli di:
Calze Sanpellegrino (con Tornatore, Banderas e Valeria Mazza)
Citroën Xsara (con Claudia Schiffer)
Mulino Bianco e Barilla (con Gérard Depardieu)
Monte dei Paschi di Siena (con Luciano Pavarotti)
Banco di San Paolo (con Vittorio Gassman)
Fiat Punto
Nissan Micra
Fiat Marea
Ford Escort
Volvo V70
 
Videogame
Il borgo è stato ricostruito in Stronghold Deluxe come mappa di assedio.
Una libera ricostruzione di Monteriggioni è presente inoltre nel videogioco Assassin's Creed II ed Assassin's Creed: Brotherhood in qualità di residenza della famiglia Auditore da Firenze e sede della cripta degli Assassini. In particolar modo, nel terzo capitolo della fortunata saga viene riprodotta una battaglia tra Monteriggioni e l'esercito dello Stato Pontificio comandato da Cesare Borgia nel 1500, anche se questo scontro non si è mai verificato.
 
Cinema
A Monteriggioni sono state girate anche diverse scene di numerosi film, fra i quali:
Il principe delle volpi, regia di Henry King con Tyrone Power e Orson Welles (1949)
Una cavalla tutta nuda, regia di Franco Rossetti con Don Backy e Barbara Bouchet (1972)
Cari fottutissimi amici, regia di Mario Monicelli (1994)
Con gli occhi chiusi, regia di Francesca Archibugi (1994)
Io ballo da sola, regia di Bernardo Bertolucci (1996)
Il paziente inglese, regia di Anthony Minghella (1996)
Io amo Andrea, regia di Francesco Nuti (1999)
Un tè con Mussolini, regia di Franco Zeffirelli (1999)
Il gladiatore, regia di Ridley Scott (2000)
Amici miei - Come tutto ebbe inizio, regia di Neri Parenti (2010)
  
 Il castello di Monteriggioni.
 
 Il nucleo di Monteriggioni è un piccolo borgo fortificato.
Il diametro del castello è di 172 metri, circondato da una massiccia cinta muraria di forma ellittica dello spessore di ben 2 metri, intervallata da 15 torri e due porte, che cinge un colle chiamato monte Ala. Le torri, oggi, si elevano al di sopra delle mura per 6,5 metri, con uno spessore di 4x6 metri, e ne sono visibili soltanto 11: le altre quattro sono state ridotte al livello delle mura (sono state "cimate") le 11 rialzate sono state, per così dire, restaurate negli anni venti, in occasione del centenario dantesco del 1921, perché visibili dall'allora via di transito principale, la Cassia. Sopra la cinta muraria correva un camminamento che percorreva l'intero perimetro. Nel 2005 sono state ricostruite alcune parti del camminamento, da cui è possibile godere di una vista unica e suggestiva.
La Porta Franca o Romea (orientata verso Siena) sorge alla base di un torrione mentre quella verso Firenze, porta di sotto, si apre nelle mura ed è a fianco da una delle torri del perimetro fortificato.
Entrando dalla Porta Franca o Romea, che in origine era dotata di una pesante cancellata che veniva abbassata in caso di pericolo, si accede a Piazza Roma, il cuore del borgo. La piazza in origine era "a sterro", ovvero senza pavimentazione, ma fu lastricata negli anni settanta con pietra proveniente dalle cave di Rosia (detta Pietra da Torre). A tutt'oggi la piazza è circondata da giardini e orti, molto importanti in passato per permettere la sopravvivenza della popolazione anche in caso di assedio.
Sulla piazza si affaccia la Chiesa di Santa Maria Assunta.
Uno dei borghi più antichi del territorio è quello di Abbadia a Isola, oltre Abbadia è possibile visitare Strove, un antichissimo borgo di poco posteriore al VI secolo, con una preziosa pieve a capanna. All'interno delle ex paludi del Canneto e nei pressi di Scarna si trova una necropoli etrusca, risalente al IV secolo a.C.
Altri luoghi di notevole importanza sono il trecentesco Castello della Chiocciola e la villa di Santa Colomba che, a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento, fu la residenza del signore di Siena Pandolfo Petrucci.
 
   
 Camminamento
   

 Camminamento
   
 Porta Franca




11. Anghiari ( Arezzo )

È inserito tra i borghi più belli d'Italia, paese Bandiera arancione e Città Slow (città del buon vivere). 
 
La fama di Anghiari nasce dal fatto di essere stata teatro della Battaglia combattuta nell'anno 1440 tra i Fiorentini e i Milanesi, e in seguito dipinta da Leonardo da Vinci.
Anghiari fa parte della Valtiberina toscana, ovvero della parte più orientale della Toscana, che trae il suo nome dal fiume Tevere che la percorre in tutta la sua lunghezza.
Quest'area fu un punto di incontro-scontro tra civiltà divers
.
Sull'origine del nome le tesi sono diverse: alcuni sostengono che derivi da castrum angolare, riferendosi alla forma angolare del suo castello, altri affermano che deriverebbe il suo nome da in glarea . Effettivamente il paese è costruito su un ammasso di ghiaia accumulata dal Tevere nei millenni.
Sorse nel VII secolo un castello longobardo, su preesistenze di età romana (presumibilmente una fattoria come si evince dalla cella vinaria in Palazzo Pretorio), conteso con i Bizantini. 
 
Il castello di Anghiari, ricordato per la prima volta in un documento del 1048, fu dapprima sottoposto alla consorteria longobarda dei conti di Galbino e Montedoglio e nel 1104 il luogo venne donato da Bernardino di Sidonia, signore di Anghiari, ai Camaldolesi con l'obbligo di fondarvi un'abbazia: il monastero di San Bartolomeo apostolo. Intorno ad esso, in seguito, si sviluppò il centro abitato.
Dal 1104 al 1143 Camaldoli divenne assoluto padrone di tutta la zona di Anghiari
.
Affrancatesi progressivamente dalla signoria dell'abate camaldolese attraverso la creazione di magistrature comunali, nel corso del XIII secolo la comunità anghiarese entrò sempre di più nell'area di influenza di Arezzo; nel corso di questa azione politica gli aretini distruggeranno il castello di Anghiari nel 1175, il borgo verrà però subito ricostruito e dotato di una nuova cerchia muraria, risalente al 1181-1204.
 
Nel 1322 la famiglia dei Tarlati di Pietramala (ed in particolare Guido Tarlati) riuscirà a conquistare Anghiari, facendo entrare definitivamente la città sotto l'orbita di Arezzo. I Tarlati operarono efficacemente in Anghiari, basti ricordare opere come la piazza del Mercatale o lo stradone rettilineo che la collega con Sansepolcro, e ne tennero il dominio tra alterne vicende -come la cessione ai Perugini dal 1337 al 1347 circa- fino al 1385, anno in cui Anghiari passò sotto il dominio fiorentino.  
Il 29 giugno 1440 la pianura antistante Anghiari fu teatro di una famosa battaglia, passata alla storia appunto come battaglia di Anghiari tra l'esercito fiorentino, alleato della Santa Sede e comandato da Giovanni Paolo Orsini, e quello del duca di Milano, condotto da Niccolò Piccinino. La battaglia durò un giorno e fu vinta dai Fiorentini, che consolidarono così i loro domini in Toscana. 
 
In segno di esultanza per la vittoria, fu stabilito di perpetuare il ricordo con un Palio, corso da uomini a piedi dal luogo dove avvenne la battaglia. Nel 1503 la Signoria di Firenze, con a capo il gonfaloniere Pier Soderini, si rivolse a Leonardo da Vinci per raffigurare nella Sala del Consiglio di Palazzo Vecchio una pittura murale raffigurante la battaglia. Sfortunatamente il processo di essiccazione innovativo testato da Leonardo distrusse buona parte dell'opera. Di quest'ultima restano alcuni disegni del Maestro ed alcune copie (eseguite da pittori del tempo) della parte centrale, ovvero la lotta per lo stendardo, di cui una fra le più note è quella di Rubens oggi al Museo del Louvre.
Anghiari si lega indissolubilmente alla storia fiorentina.
 
Dopo le esperienze napoleoniche e quelle della restaurazione, Anghiari vive attivamente le vicende risorgimentali. Alcuni suoi abitanti combatterono a fianco di Garibaldi ed al famoso generale eressero un monumento, che oggi si trova nella piazza principale (seppur non è l'originale).
Durante la seconda guerra mondiale nella località di Renicci i fascisti eressero un campo di concentramento per civili provenienti dall'attuale ex Jugoslavia. Circa 160 delle oltre 500 persone internate nel campo morirono durante la prigionia.

Badia di San Bartolomeo
Cappella della Misericordia
Cappella di Santa Maria Maddalena
Chiesa della Croce
Chiesa di Sant'Agostino
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Chiesa di Santo Stefano
Tempio votivo dei Caduti
Santuario della Madonna del Carmine al Combarbio
Pieve di Santa Maria a Micciano
Pieve di Santa Maria alla Sovara
Pieve di Santa Maria a Corsano
Cenacolo di Montauto (ex convento Cappuccini)
Palazzo Pretorio
Palazzo Marzocco
Palazzo Corsi: è un grande complesso settecentesco (1777-1794), oggi sede della Biblioteca Comunale di Anghiari, dell'Archivio storico e dell'ufficio turistico.
Castello di Montauto
Villa La Barbolana
Castello di Galbino
Castello di Sorci
Cappella di Santa Maria alla Vittoria: Fu eretta nel 1441- a ricordo della battaglia di Anghiari- nello stradone rettilineo che corre verso Sansepolcro
Antico Frantoio Ravagni, documentato dal 1421
Fattoria La Scheggia, esempio di insediamento rurale dell'epoca granducale
Statua di Giuseppe Garibaldi
Galleria Girolamo Magi: è intitolata all'ingegnere militare Girolamo Magi. Fu costruita su disegno dell'ingegnere Francesco Tuti e fu inaugurata nel 1889, per anni è              stata la sede di un mercato coperto.
Museo di Palazzo Taglieschi
Museo della battaglia e di Anghiari

Il comune ospita alcuni tra i pochi esercizi commerciali che ancora utilizzano antichi telai a mano

Film girati ad Anghiari
La ragazza di Bube (1963)
Nell'estate 2007 Leonardo Pieraccioni ha scelto Anghiari per girare il film Una moglie bellissima'. Poco tempo dopo anche una troupe tedesca ha fatto la stessa scelta            per un altro film, Vier Tage Toskana, prodotto dalla Endemol Germania.
L'economia di Anghiari oggi si basa, oltre che sull'agricoltura ed il turismo, sulla tradizione artigianale. In particolare le attività più diffuse sono il restauro del mobile            antico, la tessitura, il ricamo e i merletti a tombolo, la produzione di manufatti in vimini, l'impagliatura eseguita con erbe palustri e la lavorazione orafa.[16]
Tra il XVI ed il XIX secolo fu uno dei più singolari centri nella produzione di armi da fuoco.
Tradizione del tombolo a fuselli di Anghiari.
I Bringoli con il sugo finto sono il piatto tipico di Anghiari, sono spaghetti di acqua e farina tagliati a mano.
L'Azienda Busatti che realizza prodotti di gran pregio con antichi telai del XIX secolo.
La mantovana del forno Bindi.
Il Liceo artistico d'Anghiari, realtà unica nel panorama della scuola italiana, è l'asse portante di una tradizione artigianale del legno mai sopita dall'epoca degli armaioli          anghiaresi.
La città di Anghiari è menzionata in una nota canzone di Ivan Graziani, che ad essa fu legato: Il prete di Anghiari.
Ad Anghiari ha sede la Libera Università dell'autobiografia[18], il maggior centro italiano di studio e insegnamento su questo argomento, fondato nel 2000 da Saverio         Tutino e Duccio Demetrio, che lo presiede.
Anghiari ha dato i natali nel 1876 a Fausto Vagnetti, esponente della pittura italiana nel periodo tra XIX e XX secolo.
 
 Strada pedonale nel borgo di Anghiari
 
 Veduta del centro storico
 
 
 panoramica del centro storico
 
 
 
 
 12. Spello ( Perugia )

Spello fu fondata dagli umbri per poi essere denominata Hispellum in epoca romana. Fu dichiarata da Augusto "Splendidissima Colonia Julia".
 
 
 Giampaolo Baglioni, conte di Spello

I resti della cinta muraria, molto più ampia in passato di quanto possiamo ammirare oggi, attestano la grandezza che ebbe la città, così come i resti archeologici che la circondano. Devastante per Spello fu la discesa in Italia dei Barbari che la ridussero in una povera borgata. In età longobarda e franca fece parte del ducato di Spoleto, per poi passare allo Papato. La cittadina tuttavia, memore della prosperità e della relativa autonomia di cui godeva in epoca romana, non tardò a divenire libero Comune con proprie leggi. Nel 1516 il comune fu infeudato dal Papa alla famiglia perugina dei Baglioni cui appartenne fino al 1648.
 
Nel IV secolo Spello fu sede vescovile e nell'Alto Medioevo – con altre diocesi vicine ora soppresse – fece parte per moltissimo tempo della vastissima diocesi di Spoleto. Attualmente Spello è invece integrata nella diocesi di Foligno.
 
Porta Consolare: ingresso principale della città romana, in calcare del Subasio, con torre quadrata medievale e tre statue marmoree repubblicane. Le statue funerarie furono aggiunte nel XVI secolo, provenienti dall'area dell'anfiteatro.
Mura augustee e porta Urbica: circa 2 km, tra le più significative e intatte cinte murarie d'Italia.
Porta Venere e torri di Properzio: augustea, assai armoniosa, con due poderose torri dodecagonali romaniche.
Porta dell'Arce o dei Cappuccini: romana, ingresso settentrionale alla città.
Palazzo comunale, nel quale sono presenti iscrizioni romane, due ritratti di età Flavia, una pregevole biblioteca con mobilio di fattura veneziana e soprattutto il noto rescritto di Costantino datato 333-337 d.C., fontana esterna cinquecentesca con stemma di Giulio III.
 
 Collegiata di santa Maria Maggiore

Palazzo Baglioni, in piazza della Repubblica, un tempo residenza dei Baglioni conti di Spello fino al 1648.
Palazzo Urbani, con splendido ballatoio ligneo con tettoia.
Cappella Tega, con affreschi dell'Alunno.
Collegiata di Santa Maria Maggiore, che ospita, nella cappella Baglioni, affreschi del Pinturicchio (1500 circa-1501) ed un pregevole pavimento di maioliche di Deruta ("Il frate",1566). Prezioso il Tabernacolo, di Rocco da Vicenza (1516). La facciata originaria, del XIII secolo, fu completamente rifatta attorno alla metà del '600. L'interno presenta molti elementi barocchi fra cui un altare.
Sant'Andrea, custodisce la Madonna in trono e santi di Pinturicchio e collaboratori, del 1506-1508.
San Lorenzo, con affreschi e tabernacolo del '400.
San Claudio, chiesa romanica dell'XI secolo (forse costruita sopra un tempio dedicato a Saturno) avente affreschi del XIV secolo (Cola di Petrucciolo da Orvieto) e del XV secolo (Ignoto).
Villa tardo romana (augustea), con notevoli mosaici ben conservati, situata in località Sant'Anna.
Villa Costanzi, ben più nota come Villa Fidelia, del '600, ospita ogni anno eventi e concerti.
Pinacoteca civica, con interessanti opere dal '400 al '700.
Le Infiorate di Spello hanno luogo ogni anno in coincidenza con la festa del Corpus Domini. Si tratta di una tradizionale manifestazione che consiste nel preparare tappeti fatti con fiori o parti di essi rappresentanti figurazioni e motivi ornamentali liturgici.
Tra le attività economiche più tradizionali, diffuse e attive vi sono quelle artigianali, come la lavorazione del lino, finalizzata alla realizzazione di tele caratterizzate da figure e temi presi dalla tradizione
 
 Infiorata di Spello
 
 le mura